Lizzagone Rivarolese - Rivarolo Mantovano 1, 2, 3 Agosto 2014


Quando:  1, 2, 3 Agosto 2014

Dove: Rivarolo Mantovano

Organizzazione e contattihttp://www.lizzagone.it/

Descrizione breve: La Manifestazione, inaugurata nel 2004, propone nella stupenda cornice offerta dalla piazza rivarolese, una suggestiva rievocazione rinascimentale dell’anno 1531, periodo dominato da Luigi Rodomonte e Isabella Colonna, potenti regnanti del tempo.

Contornata da bellissimi portici a volta,e chiusa rispettivamente a Sud dall’imponente Palazzo dei Penci e a Nord dall’alta torre dell’orologio la piazza riscopre le sue origini. Le antiche mura e le porte merlate proteggono l’antico borgo rivarolese, nel quale alla luce di torce e fuochi sono ospitati musicisti e giocolieri per tre giorni di intenso spettacolo. Mangiatori di fuoco e abili sbandieratori che al suono dei tamburi fanno volteggiare nel cielo le loro bandiere, accompagnano lo svolgersi delle competizioni fra i lizzagoni. La sfida risulta agli occhi dello spettatore reale: realtà e finzione si fondono.


PROGRAMMA E INFO
La Decima edizione del Lizzagone Rivarolese è dedicata al Gioco.

Tra il 1400 e il 1500 il gioco raggiunge un’importanza straordinaria per la società. Tanto che un artista del calibro di Mantegna, pittore molto richiesto dalle corti, nel 1470 aveva accettato di disegnare un prezioso mazzo di tarocchi.
Dopo la cupezza medioevale, quando divertimento faceva rima con peccato, nel Rinascimento giocare diventa... trendy. L’uomo è il nuovo centro dell’universo e con lui tutte le attività creative: le arti, la storiografia, la scienza, l’esplorazione, la cartografia, la botanica e la magia. E nella caleidoscopica inventiva dei geni del tempo (come Leonardo Da Vinci, che, tra l’altro, disseminò i suoi codici di rebus, e Michelangelo Buonarroti, che invece inventava enigmi), ci sta anche il gioco: la prima forma di espressione della creatività, dato che si comincia a praticarlo (e a inventarlo) nell’infanzia. Nel Medioevo la Chiesa aveva considerato il gioco come attività demoniaca, che distoglieva l’attenzione del credente da Dio e dalla preghiera. Ma l’Umanesimo, dalla fine del XIV, recupera le tradizioni ludiche del mondo classico greco e latino. Che, nel Rinascimento, dalla metà del XV secolo, vengono rielaborate e proiettate verso il futuro.
Infatti, molti giochi e sport che ancora oggi pratichiamo con grande divertimento sono nati tra il Quattrocento e il Cinquecento. Il calcio, per esempio, discendente della palla alla fiorentina, il girello, antesignano della roulette, il biliardo, miniatura del classico gioco delle bocce e il lotto. Non solo. Inoltre nel Rinascimento alcuni giochi più antichi acquistano le regole (stabilite, per la prima volta, in trattati scritti) con le quali sono arrivati fino a noi. È il caso dei giochi di società, della dama e degli scacchi, di sport come l’ippica, il nuoto o la scherma e di spettacoli di massa, come il Palio.




Il gioco nell’arte

Mappa della città
Il gioco recupera anche un valore pratico, oltre che ricreativo. E una dignità culturale e pedagogica. In
Gargantua e Pantagruel, scritto da Francois Rabelais nel 1532, sono elencati oltre duecento giochi in cui si esibiva il gigante Pantagruel, emblema dell’uomo rinascimentale. Un altro eccezionale catalogo di passatempi è il capolavoro di Pieter Bruegel il Vecchio, che nel 1560, nel dipinto «Giochi di bambini», ne raffigura una novantina: piccoli contadini che fanno bolle di sapone, capriole e sgambetti, saltano la cavallina, giocano a mosca cieca e a campana, col cerchio, con formine di fango, sonagli, girandole, sassolini, bambole, pentoline in miniatura, trampoli, palline... Molti erano gli svaghi dei bambini egizi, greci e romani. La novità sta nel fatto che per la prima volta un artista fa dei giochi infantili, che fino ad allora erano comparsi solo in calendari o arazzi o nei margini dei codici miniati, il soggetto principale dell’opera.

Nel Rinascimento si afferma la convinzione che il gioco non è solo svago, ma un impegno serio, con traguardi da raggiungere: uno strumento educativo che permette al bambino di diventare grande. Non solo: giocando ci si educa anche al rispetto delle regole e alla riflessione. Tanto che gli scacchi entravano nella formazione del giovane cavaliere. Predicatori e filosofi propagandavano l’idea che, anziché oziare, fosse preferibile imparare a vivere “giocando con saggezza”. E gli scacchi erano considerati una fonte di insegnamenti morali: ognuno deve cercare il posto da occupare nella vita, come sulla scacchiera.
Anche la rappresentazione dei giocattoli diventa molto di moda. Dal XVI secolo i nobili abbelliscono le loro residenze perfino con tappezzerie che hanno questo soggetto. Tra i giochi infantili più raffigurati c’è il cavallino-bastone. Lo si ritrova anche negli affreschi di Palazzo della Ragione a Padova. Dalla semplice asta di legno al prezioso bastone con una testa di cavallo in cartapesta, antenato del cavallo a dondolo. Anche il primo esempio documentato di giostra con i cavalli, simile ai moderni caroselli del luna park, risale al Cinquecento. In un quadro di Bosch c’è Gesù Bambino con una girandola, altro gioco raffigurato spesso, così come la trottola.

Passatempi per dame...

Un gioco popolare da sempre e assai raffigurato nel Rinascimento è la bambola, condivisa da maschietti e femminucce. Il futuro Luigi XIII, nato nel 1601, le adorava e ne ricevette in dono una carrozza piena Eleonora d’Aragona, duchessa di Ferrara I, regalò ad Anna Sforza, fidanzata undicenne di suo figlio Alfonso d’Este, una bambola con un ricco corredo di abiti, realizzati dal primo sarto di corte, Tommaso da Napoli: una pupattola alla moda che non aveva nulla da invidiare alla Barbie e al suo guardaroba firmato da stilisti internazionali. Le bambole erano anche un gioco per bimbe... parecchio cresciute. Esistono lettere dell’epoca, inviate a Isabella d’Este (1474-1539) a Mantova dalle principesse di varie corti europee che volevano conoscere lo stile italiano, per imitarlo. Isabella inviava loro bambole abbigliate con abiti cuciti da esperti sarti, con tessuti e fogge identici ai suoi. Tra l’altro, alcuni motivi ornamentali per le vesti della marchesa erano disegnati da artisti del calibro di Leonardo da Vinci.

...e cavalieri

Il biliardo era popolarissimo verso la metà del XVI secolo, anche se le sue origini sono probabilmente anteriori. In Italia era praticato col nome di «gioco delle gugole». Nasce nella Repubblica di Genova il gioco del Lotto. I cinque membri del Serenissimo Collegio erano eletti con un’estrazione tra 120 candidati, i cui nomi erano messi in un’urna detta «seminario»: si chiamavano «gioco del seminario» le scommesse che la gente faceva sull’esito delle estrazioni. Nella seconda metà del Cinquecento, Benedetto Gentile, un patrizio genovese, stabilì le regole delle scommesse su cinque numeri abbinati ai vari candidati. Col tempo i nomi nell’urna scesero a 90.


Battaglie a tavolino

Molti giochi da tavolo ancora popolari sono stati inventati tra il 1400 e il 1500, come il Gioco dell’Oca. Secondo una leggenda fu inventato dai soldati greci durante l’assedio di Troia. Ma altre fonti ne danno la nascita a Firenze, nella seconda metà del Cinquecento, quando il Granduca di Toscana Francesco I de’ Medici ne fece dono al re Filippo II di Spagna. Altro gioco da tavola molto diffuso era la Tombola, nata a Genova dal gioco del Lotto e divenuta popolarissima in Francia grazie a Francesco I di Valois (1494-1547) che la introdusse a corte dopo la campagna d’Italia. Francois Rabelas e Michel de Montaigne parlano nei loro scritti dello «Shangai», il gioco d’abilità con i bastoncini colorati.

Anche se sono state trovate tracce di scacchiere su monumenti egizi, la dama moderna è nata probabilmente nel sud della Francia, col nome di «fierges» (da «fers», la regina degli scacchi, più tardi chiamata dama) nel XI secolo. Le regole attuali però si basano sul Jeu Forcé del 1535, che stabilì l’obbligo di catturare la pedina nemica quando possibile, altrimenti il pezzo attaccante veniva “soffiato” dalla scacchiera. In Italia, le prime testimonianze certe dell’esistenza della dama risalgono al XVI secolo e nel successivo il gioco comincia a comparire nelle opere letterarie e teatrali, segno di popolarità. A dama e a scacchi si giocava nei luoghi pubblici, nelle botteghe artigiane e soprattutto nelle barberie, spesso anche per mettere fine a litigi e dispute altrimenti irrisolvibili. La partita a scacchi viventi di Marostica rievoca la sfida tra Vieri e Rinaldo per conquistare nel 1454 la mano di Lionora, la figlia del podestà. Una soluzione senza versamento di sangue che si ritrova anche in altre celebrazioni tradizionali simili in vari paesi europei.

Le carte

L’origine delle carte da gioco è misteriosa. C’è chi ritiene siano arrivate in Europa dall’India, con i gitani, per
altri furono inventate nel 1120 come passatempo per le concubine di un imperatore cinese o che furono ideate a metà del 1300 per distrarre Carlo VI il Folle durante i suoi attacchi di demenza... La carta più antica in effetti è cinese, ha circa mille anni e si trova nello Staatliche Museum fur Volkerkunde di Berlino. Probabilmente i tarocchi divinatori arrivarono durante il Medioevo, con i conquistatori arabi in Spagna.

Roger Tilley, in A History of Playing Cards, scrive che ancora nel 1369 le carte non erano citate in un decreto di Carlo V contro il gioco d’azzardo, e né Petrarca (1304-1374) né Boccaccio (1313-75) ne parlano, pur raccontando gli svaghi e i passatempi della loro epoca. Solo verso la fine del secolo però compaiono editti che le proibiscono: è probabile quindi che le carte, dipinte a mano e costose, rimasero per quasi un secolo un passatempo d’élite. In effetti, cominciano a spopolare, surclassando scacchi e dadi, proprio con la diffusione del procedimento di stampa con matrici di legno. In «Le carte parlanti», l’Aretino sottolinea come le carte non fossero invenzione del demonio, ma anzi create dal cielo per confermare le virtù della Prudenza, Fortezza, Temperanza e Pazienza. I mazzi da 56 o 52 scendono a 40 tra il 1400 e il 1500, forse per semplificare i giochi e diminuire i costi.

Fondamentale per sviluppo dei giochi di carte in Europa fu l’invenzione (forse fra Mantova e Ferrara nel 1430) del Gioco dei trionfi, che introdusse il concetto di briscola, il seme che vince tutti gli altri: ciò rese i giochi di carte più complessi, dando loro un grande impulso.

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